Le News di Badolato Le Foto di Badolato I Video di Badolato La Musica di Badolato I Libri di Badolato
Gil Botulino
Gil Botulino la piazza di Badolato
The German Observer
dal 2001
Home Iscrizione Newsletter Pagine Gialle S UNO TV NEWS RAI3 CALABRIA Sondaggi Meteo Appuntamenti

Vita d’emigrante

corrispondenze Lunedì 22 Agosto 2011 @ 15:07 Condividi su facebook

Racconto di Godula Kosack. Traduzione di Olivia Pastorelli. Presentazione di Domenico Lanciano

Sono nato il 12 ottobre 1953 a Badolato, in provincia di Catanzaro. Della mia infanzia ricordo soltanto che non ero quasi mai a casa. Per quanto indietro spinga i miei ricordi, mi vedo girovagare con gli altri bambini senza alcunché di particolare da cercare o da fare. Nemmeno dopo la fine della scuola - quando ancora andavo a scuola - volevo tornare a casa. Affidavo i libri a mia sorella e prima che potesse protestare mi ero già dileguato. Ne facevamo di tutti i colori: cacciavamo uccelli e topi, e mangiavamo quello che riuscivamo a trovare. Una volta mi sono arrampicato su un camion in movimento. In qualche modo devo essere cascato. In quell’occasione mi sono rimediato la cicatrice qui sul capo. Sono rimasto privo di sensi, tanto che tutti pensavano che fossi morto. Ma è passata anche questa. Per il resto non sono mai stato davvero malato. Sentivo male solo quando buscavo le botte. Di quelle mio padre non era avaro. Gli bastava prendere la cintura e già mi accucciavo in un angolo. Una volta - dovevo essere ancora piuttosto piccolo - ho portato a casa limoni rubati. Pensavo che avrei fatto felice mia madre. Ma mio padre me le diede di santa ragione. E poi mi costrinse a riportare i limoni là dove li avevo presi.

Con mia madre mi sono sempre inteso bene. Rimaneva a casa tutto il santo giorno e c’era sempre quando avevo bisogno di lei. Faceva per me quello che poteva. Ma una volta ho avuto paura per lei. Avevo nove anni quando è nata la mia sorellina più piccola. Mia madre urlava dal dolore perché la piccola voleva uscire ma stava in una brutta posizione. La si dovette rivoltare quando era ancora nel ventre di nostra madre. Io non sapevo cosa stava accadendo, sentivo solo mia madre urlare. Irruppi nella stanza dove giaceva ma venni subito sbattuto fuori. Odiai la piccola perché aveva fatto così male a mia madre. Solo quando tutto fu finito e mia madre tornò ad essere la stessa di prima riuscii a provare gioia.

Eravamo cinque fratelli. Uno dei miei fratelli, il più piccolo, è morto. Soffriva di anemia edè sempre stato debole. A dire il vero non era nemmeno un vero maschio. Dopo la scuola accompagnava a casa la sorella maggiore, andava con lei a fare la spesa e stava molto in casa. Aveva una bella calligrafia, molto più bella della mia, per quanto fosse più piccolo, e aveva anche letto dei libri. La sua morte ci colse di sorpresa. Era una mattina presto e mia madre stava cocendo il pane nel forno. Si era alzato molto presto per guardarla impastare. Lo faceva quasi sempre. Ma quella volta si sentiva debole - molto debole. Mia madre mandò subito a chiamare il medico. Doveva praticare a mio fratello delle trasfusioni di sangue. Ma gli diede solo una medicina per il cuore. Allora mia madre fece venire un altro medico dal paese vicino ma anche questi non fece nulla. Mio fratello voleva rialzarsi ma non riusciva nemmeno a muovere gli arti. Verso mezzogiorno era già morto. Mia madre era fuori di sè dal dolore. Urlava e malediceva il medico che gli aveva dato la medicina sbagliata.

Anche la mia sorella più piccola aveva la stessa malattia di mio fratello. I medici dicono che entrambi i bambini si sono ammalati perché il latte di mia madre era cattivo. Mia madre era nervosa quando erano appena nati. Non avevamo molto denaro, e lei doveva far sì che tutti potessimo mangiare a sufficienza. Provvisoriamente andò anche a lavorare. Trasportava pietre per il cantiere stradale. Le portava in ceste sopra la propria testa. Era molto dura per lei, ma cos’altro poteva fare? Mia sorella deve recarsi regolarmente in ospedale a Catanzaro per fare delle trasfusioni. Una o due volte al mese deve rimanere in ospedale per un’intera settimana. Ciò le ha impedito di frequentare la scuola. Si stanca sempre molto in fretta. Per questo ho un affetto particolare per lei. Le porto sempre qualcosa quando torno a casa. Adesso sta imparando anche a scrivere. Già talvolta riesce a scrivermi un’intera lettera tutta da sola. Guarda qua, questa foto me l’ha mandata lei di recente. Non è carina?

Anche l’altra mia sorella è carina. Avrebbe potuto sposarsi subito, se solo avesse voluto. A lei non ho mai voluto così bene. Certo, è pur sempre mia sorella, farei qualunque cosa per lei. Ma è un affetto più freddo e distaccato. Da bambini abbiamo sempre litigato parecchio. Adesso non lo facciamo più perché lei fa sempre quello che le dico.

Anche con il mio fratello maggiore sento meno affiatamento. Ha cinque anni più di me e prima era molto più forte di me. Allora dovetti incassarne parecchie. Ma successivamente sono riuscito a restituirgliele. Del resto non abbiamo mai avuto molto a che vedere l’uno con l’altro. Lui aveva i suoi amici e io i miei.

Mio padre è sempre stato un emarginato in famiglia. Prima con lui ci scontravamo di rado ma nemmeno l’amavamo. Era sempre molto severo. Non trattava bene nemmeno mia madre. Spesso la picchiava. E noi allora lo odiavamo. Ha sempre avuto una o due amanti in paese. Questo faceva molto male a mia madre. Una volta ha persino portato a casa la sua amante. Divideva lo stesso letto con lei e con mia madre. Mia madre ha pianto molto. Quando finalmente ha detto basta, lui l’ha minacciata. Quasi un anno è durata questa storia. Poi mia madre ha detto che non ce la faceva più e lui allora ha scacciato l’altra donna.

Mio padre era un lavoratore occasionale prima di andare in Svizzera. Sgobbava di tanto in tanto per due mesi in un cantiere, poi per un mese rimaneva disoccupato, poi trovava di nuovo un lavoro e rimaneva di nuovo a casa. La sua posizione a casa era altrettanto instabile. Nessuno si preoccupava davvero che lui ci fosse o meno. Non posso dire che facessimo la fame nel vero senso della parola quando lui era disoccupato. Ma nemmeno so come mia madre riuscisse ad apparecchiare in tavola. E’ vero che avevamo pur sempre un orto e tenevamo un maiale e delle galline. In questo modo l’essenziale non ci mancava.

Il primo della famiglia ad emigrare è stato mio padre, circa otto anni fa. E’ andato in Svizzera come stagionale. Ogni anno lavora nove o dieci mesi, per lo più come manovale per una impresa di costruzione stradale. Poi torna a casa e ci rimane due o tre mesi. Là non fa proprio nulla. Si sbronza, passa la notte con le sue amanti e di tanto in tanto lavora nell’orto. Mia madre soffre sempre molto quando lui è a casa, ma soffre anche senza di lui. Lui ha vissuto in Svizzera abbastanza a lungo da poter richiedere un permesso di soggiorno di durata annuale. Ma non se ne cura. Eppure questo porterebbe dei vantaggi alla famiglia. Mia madre di tanto in tanto vive da lui in Svizzera, e anche le mie sorelle ci sono già state due volte. Ma possono andarci solo con visto turistico e rimanerci per non più di tre mesi. Se mio padre avesse un permesso di soggiorno annuale, potrebbero abitare tutte in Svizzera e non dovrebbero più tornare sempre in Italia. Ma mio padre è un po’ strano. Forse non vuol cambiare il suo status qua in Svizzera semplicemente perché non vuole rimanere qui. Mette in conto la sofferenza della sua famiglia pur di non dover mettere radici.

Mio fratello ed io siamo emigrati subito dopo la scuola. Mio fratello ha la licenza media. Sa scrivere proprio bene. Ma io allora ancora non sapevo cosa rappresenta la scuola per la vita. Ho lasciato la scuola a 13 anni. Allora era ancora possibile, oggi bisogna andare a scuola fino a 15 anni. Volevo andarmene via da Santa Caterina per vedere e sperimentare qualcos’altro. Ho seguito mio padre e mio fratello in Svizzera. Avevamo due stanze. Per quattro mesi mi sono occupato del menage domestico. Quando non c’era niente da fare in casa ero in giro in bicicletta. C’erano anche altri ragazzi italiani della mia età con cui uscivo. Ma in genere passavo molto tempo da solo. Non è stato un brutto periodo quello. Ero molto autonomo. A dire il vero continuo ad apprezzare la solitudine. Certo, mi piace stare con gli amici. Ma quando sono preso da qualcosa, allora devo ritrarmi. Non sono come mio fratello che mostra sempre tutti i suoi stati d’animo e ne parla anche. Io non riesco a parlare con nessuno dei miei problemi.

Dopo quattro mesi in Svizzera sono di nuovo tornato in Italia. Non sapevo esattamente cosa ne sarebbe stato di me. Ho aspettato. Di tanto in tanto trovavo un lavoro, talvolta in un cantiere, talvolta nella costruzione di una strada, talvolta come boscaiolo. Ma non era mai qualcosa di definitivo. Dopo otto mesi mio fratello è tornato per le vacanze. Nel frattempo aveva trovato in Germania un lavoro in una tessitura, nelle vicinanze di Düsseldorf, e aveva procurato un posto di lavoro anche per me. Sono tornato con lui e dovetti iniziare a lavorare subito la mattina successiva al mio arrivo. Avevo solo 14 anni e non avevo documenti. Al caposquadra abbiamo detto che ne avevo 17. Dovevo sorvegliare diversi macchinari. Ad esempio, quando un filo si spezzava dovevo riannodare i due capi. Quando il rocchetto si esauriva dovevo sostituirlo. Sgobbavo al pari di un uomo, tutto doveva essere eseguito con rapidità. Facevo lo stesso lavoro degli altri ma per meno soldi, perché ero ancora giovane. Però erano lo stesso un sacco di soldi, circa 800 marchi. Non dovevo nemmeno pagarci le tasse perché lavoravo in nero. In compenso non avevo nemmeno l’assicurazione per la malattia o per gli infortuni. Ma per me era lo stesso. Guadagnavo, quindi ero un uomo. Lavoravo come un uomo e mi sentivo tale.

Ma quel periodo è stato molto duro. Per quanto guadagnassi un sacco di soldi, non ne avevo mai per me. La ditta versava la mia paga a mio fratello. Cosa ne abbia fatto non lo so. Si comprava un sacco di vestiti e mandava anche qualcosa a casa. Ma il grosso lo spendeva nel fine settimana. Il sabato usciva presto di casa e tornava solo la domenica a notte fonda - con le tasche vuote. Quando gli chiedevo anche solo 10 marchi mi derideva: “A che cosa ti servono i soldi, puoi pure rimanere a casa così non hai bisogno di soldi!!” Non metteva da parte nemmeno abbastanza soldi per comprarci da mangiare a sufficienza. Così accadeva che dovessi lavorare tutti i giorni da mattina a sera senza nemmeno un boccone nello stomaco. Una volta ero così arrabbiato con mio fratello che gli puntai persino un coltello contro. Dopo questo episodio le cose sono andate meglio tra di noi.

Allora ho avuto anche il mio primo rapporto sessuale con una ragazza di vent’anni. Mio fratello mi prendeva con sè talvolta nel fine settimana nel suo lungo peregrinare da un bar all’altro, e una volta mi ha portato da una ragazza da cui andavano tutti. Non ebbi una relazione con lei, ci andavo solo di tanto in tanto. Gli altri pensavano semplicemente che dovevo farlo, altrimenti non sarei stato un vero uomo.

Dopo dieci mesi mio fratello ed io siamo tornati di nuovo in Svizzera. Mio padre voleva che la famiglia si riunisse. Per un anno ho lavorato come lavapiatti in una locanda. Anche allora non avevo ancora documenti. Guadagnavo 400 franchi più vitto e alloggio. Il capo era un nostro conoscente. Diceva di avermi assunto per fare un piacere alla mia famiglia. Ma dovevo lavorare sodo, dalle 12 alle 14 ore al giorno, a seconda di quanto c’era da fare. Questo lavoro non mi è mai piaciuto. Dovevo farmi comandare da tutti. Ma ero ancora quasi un bambino e per di più non avevo documenti. Dovevo già essere contento di avere un lavoro.

Solo nel 1968 ho potuto lavorare in regola. Sono stato assunto dalla ditta dove lavorava mio padre e lavoravo con pala e piccone. Questo lavoro invece mi piaceva. Ma era dura, soprattutto quando pioveva e faceva freddo. Allora non c’era modo di ripararsi. Perciò dopo un anno ho cambiato di nuovo lavoro. Ho trovato da lavorare come autista di spianatrice. E’ quanto faccio ancora oggi, per quanto sia cambiata nel frattempo la ditta per cui lavoro. La mia mansione in sè è più monotona di quelle eseguite fuori: sempre gli stessi movimenti, sempre lo stesso pezzo di strada davanti a me. Ma se non altro rimango all’asciutto quando piove. Di tanto in tanto avviene che debba darmi da fare con la pala, quando ad esempio in un certo posto ho terminato di lavorare con la spianatrice e prima che il lavoro si trasferisca in blocco in un altro luogo. Anche questo rappresenta un diversivo, e riacquisto di nuovo la percezione del mio corpo.

Anche mio fratello ha lavorato per un po’ nella cantieristica stradale. Ma poi ha fatto l’imbianchino. Un apprendistato non l’ha mai fatto, ma se la cava ugualmente bene. Sa anche disegnare, ritratti e cose di questo genere. Giacché è andato a scuola per più tempo, sa anche scrivere molto meglio di me. In passato ci siamo spesso bisticciati ma ora vado d’accordo con lui. Sono un po’ più forte di lui e questo lo fa terribilmente arrabbiare. Per questo preferisce evitare gli scontri. Lui mi racconta tutto di sè, le sue storie d’amore e tutto il resto, per quanto sia molto più vecchio di me. Ma di me non gli dico nulla. A dire il vero andiamo più d’accordo quando non siamo insieme, quando lui è in Italia e io qui o viceversa. Allora sentiamo nostalgia l’uno dell’altro, ci scriviamo delle lettere o anche ci telefoniamo. Quando però siamo di nuovo insieme litighiamo un sacco.

Io veramente non cerco lite. Con nessuno. Se mi si lascia in pace sono contento. Altrimenti può ben accadere che perda il controllo. Una volta ero in discoteca con un amico e con due ragazze. Si sono avvicinati due svizzeri che volevano sedersi al nostro tavolo e mandarci via. Li abbiamo ignorati perché erano ubriachi. Ma improvvisamente una bottiglia di vino rosso è volata sopra il nostro tavolo infrangendosi contro la parete. Il vino è schizzato macchiandoci di rosso, soprattutto me e la ragazza che mi sedeva di fronte. I nostri abiti migliori erano rovinati. E poi la bottiglia avrebbe potuto colpire qualcuno! Mi alzai subito, afferrai uno dei due e lo trascinai fuori dal locale: lo colpii alla fronte, poi allo stomaco e poi ancora in fronte. Era brillo, non è stato difficile. L’altro mi ha afferrato da dietro. Gliene assestai uno anche a lui. Ma nel frattempo il primo si era rialzato, e ne ho buscate parecchie. Il bar dietro di noi si era svuotato. La polizia è arrivata. Ma quando vide che avevamo solo fatto a pugni e che nessuno aveva messo mano a coltelli o a pistole si preoccuparono solo di dividerci. Non fecero altro. Se gli aggressori fossero stati italiani avrebbero di sicuro fermato qualcuno. Anche un’altra volta sono stato coinvolto in una rissa, al termine della quale è intervenuta la polizia. Anche in quel caso non hanno fatto nulla perché l’oste ha confermato che era stato l’altro a iniziare. Io penso che ci si debba difendere se si è aggrediti. Non si può accettare tutto! Per potermi difendere decisi di imparare la boxe. Dopo poco però ho smesso perché un colpo mal assestato mi aveva rotto il naso. A dire il vero era stata colpa mia. Il pugno era diretto in fronte ma all’ultimo secondo ho alzato lo sguardo. Allora ho intrapreso lo judo. Costava 30 franchi l’ora. Per un mese andai due volte alla settimana, ma mi costava troppo. Sono pur sempre in grado di atterrare qualcuno se serve.

Da circa nove mesi mia madre abita da noi. All’inizio stavano da noi anche le mie sorelle, poi sono state rimandate in Italia. E’ meglio così. Cosa ci fanno qui? La piccola non può nemmeno andare a scuola perché le donne sono qua illegalmente. E la maggiore è persino più al sicuro in Italia. Là dormono a casa di una vicina, una vecchia che bada a che tutto sia in ordine. Durante il giorno si occupano della nostra casa e dell’orto.

Inoltre le mie sorelle hanno dovuto tornare in Italia perché mio padre - in quanto stagionale - non aveva diritto all’appartamento aziendale e tutti noi abbiamo dovuto lasciare l’appartamento. Allora è ricominciata la ricerca di un alloggio. Da quattro mesi abitiamo qua. Abbiamo due sottotetti e un bagno. Non c’è spazio per tutti. Mio padre ha avuto dalla ditta una stanzetta. Ci tiene persino un frigorifero e un fornelletto. Dapprincipio abitavo con lui, ma poi ho dovuto andarmene, quando ho cambiato posto di lavoro. Così ora sto qua con mia madre e mio fratello. Si sta un po’ stretti e d’inverno fa anche terribilmente freddo. Sì, e l’intonaco casca dalle pareti e dal soffitto. E abbiamo anche qualche topo come coinquilino. Ma queste camere le abbiamo trovate privatamente e non siamo costretti a trasferirci di continuo. Certo, al piano di sotto abita la proprietaria con una vecchia signora. Sono entrambe pazze. Non si può far rumore e la sera dopo le sette non si può nemmeno ascoltare la musica. Inoltre si arrabbiano se vengono a trovarci troppe persone. Nessuno può pernottare da noi, lo si può fare solo di nascosto. Se qualcuno vuole dormire da noi deve sgusciare sotto le loro finestre. Loro guardano sempre fuori e controllano chi va e chi viene. Ma non è facile trovare qua qualcosa di ragionevole.

Mio padre non mette quasi mai piede qua. Fa visita a mia madre solo quando sa che non siamo in casa nè io nè mio fratello. Quando uno di noi fa ritorno se la svigna subito. Con lui non andiamo proprio d’accordo. Non so esattamente perché ma lui è un po’ strano. Si arrabbia sempre, in particolare per via di mio fratello. Pensa che mio fratello sperperi troppi soldi e non mandi nulla alle mie sorelle. Neanch’io mando molto in Italia. E perché dovrei? Voglio bene alle mie sorelle, certo, ma perché dovrei risparmiare se mio fratello getta via il denaro. Mia madre va regolarmente da mio padre, cucina, lava e gli tiene in ordine la casa. Talvolta dorme anche da lui. Ma questo il capo non lo deve sapere. Una volta l’ha beccata da lui e ha fatto una scenata. Questa casa non è un bordello e cose di questo genere. Il più del discorso mio padre e mia madre non l’hanno capito. La conclusione è che devono essere prudenti. Così per la maggior parte del tempo mia madre sta qua. Dice: “Il mio posto è accanto ai miei figli”.

Di tanto in tanto mia madre fa ritorno dalle mie sorelle in Italia. Scrivono sempre che hanno nostalgia di noi. Inoltre mia madre ogni tre mesi deve lasciare la Svizzera perché è qua con visto turistico. Ogni commiato da qua è drammatico. L’ultima volta avevamo messo in funzione un registratore per sentire canzoni calabresi. Lei riascoltava di continuo sempre la stessa canzone, in cui un emigrante si rivolge alla Madonna. Nell’ascoltarlo piangeva forte. Io le parlavo, poi ho spento il registratore. E nel farlo scoppiai a ridere. Era sempre così. Cosa potevo farci? Dovevo mettermi anch’io a piangere? Mentre attendeva il taxi sotto con accanto le valige, si sedette su una pietra, tutta raggomitolata su se stessa. D’improvviso si levò in piedi e mi pregò di riportare sopra le valige. Partì solo la settimana successiva. Quando poi è di nuovo in Italia, le cose si rimettono a posto. Allora è il commiato dalle figlie a risultarle penoso. E’ condannata a doversi sempre accomiatare da qualcuno.

A dire il vero non volevo nulla di diverso da quello che la vita mi ha offerto. Ho sempre dovuto lavorare ed è giusto così. Per due volte sono stato segretamente fidanzato. La prima volta è stato qua in Svizzera due anni fa. Avevo un amico siciliano e una volta ho visto sua sorella. Notai subito che mi desiderava e anch’io la desideravo. Era molto bella. Di tanto in tanto l’ho rivista e abbiamo parlato di matrimonio e famiglia. Ma non voleva che nemmeno la sfiorassi. Quando andavo a trovarla a casa, c’era sempre qualcuno con noi in stanza. Come ci si può innamorare di una ragazza che non si può nemmeno toccare? Sedevo di fronte a lei su una sedia e non sapevo nemmeno bene cosa ci facevo là. Dopo qualche tempo le dissi che eravamo entrambi troppo giovani e che era meglio che non la vedessi più. Non mi ha preso sul serio, credeva che sarei tornato. L’ho rivista soltanto un’altra volta. Io ero in compagnia di altri e mi sono limitato a salutarla, senza parlare con lei. Allora ero davvero troppo giovane: avevo 18 anni e lei ne aveva 16 e andava ancora a scuola.

La seconda volta mi sono fidanzato in Italia con una ragazza di Badolato. Per più di un anno siamo stati insieme, la rivedevo sempre quando tornavo per le vacanze. Una volta eravamo insieme nella cantina di suo padre. Notavo che mi desiderava, e anch’io la desideravo follemente. Ci siamo amati. Era ancora vergine. Per quanto fossi sicuro di non averla messa incinta, si fece prendere dal panico e raccontò tutto a suo padre. Quello divenne terribilmente furente perché era già una persona irascibile. Insisteva che la sposassi. Ma mi rifiutai. Non volevo ancora sposarmi. I miei amici che si sono sposati non possono più divertirsi nei bar come noi. Hanno le loro preoccupazioni, i figli e così via. La ragazza non ebbe più il permesso di vedermi. Meglio così. Del resto, stavo quasi sempre in Svizzera, e come ci si può innamorare se non ci si vede quasi mai?

Prima o poi mi sposerò di certo. Mi piacerebbe avere 50 figli, se potessi. Mi piacciono i bambini. Più di tutto vorrei avere subito un figlio maschio. Dovrebbe assomigliarmi - per aspetto fisico e carattere. E mi assomiglierebbe davvero, sarebbe sangue del mio sangue. Vorrei essere ancora giovane quando i miei figli saranno già grandi. In questo aveva ragione mio padre. Il suo primo figlio l’ha avuto a 18 anni, e ancora oggi non è anziano. Anche una figlia mi piacerebbe avere ma più di tutto un figlio maschio. Mia moglie mi amerà. Così come mia madre per tutta la sua vita amerà mio padre, per quanto lui l’abbia fatta soffrire così tanto. Non potrebbe nemmeno sognare di andare con un altro uomo. Se mio padre venisse a sapere che siè accompagnata con un altro, la ucciderebbe subito. So che qui in Svizzera le cose vanno diversamente. Forse per le donne non è bello avere sempre soltanto un uomo ma sono sicuro di essere in questo figlio di mio padre.

Ma quando mi metto a riflettere, come sto facendo ora, non so bene che senso dare alla mia vita. Lavoro tutto il giorno e i miei pensieri si fermano su questo e su quello. La testa non è presa dal lavoro. A lavorare sono solo i miei piedi e le mie mani, la testa non ne è coinvolta. Così ho molto tempo per pensare. Ad esempio penso a cosa voglio fare la sera, se uscire o coricarmi subito. O penso alla persona cui voglio bene, o ancora a un film. Ma tanto più penso quanto più lento scorre via il tempo. Talvolta i giorni mi paiono lunghi quanto un intero anno, soprattutto se sono triste. In altri giorni il tempo scivola rapido. Ma ogni giorno è sempre la stessa vita. Se qualcosa mi tiene occupato, vorrei avvolgermi completamente nei miei pensieri e nei miei sentimenti e non dovermi più preoccupare di null’altro. Ma quando lavoro non è possibile. Devo pur sempre badare a quello che faccio. Mi è già accaduto che per un istante non facessi caso a quanto stavo facendo. E’ là che si annida l’incidente. Di recente non ho sentito il richiamo alla pausa. Ho continuato a lavorare. Qualcuno mi si è avvicinato per urlarmi nelle orecchie che c’era la pausa e mi ha canzonato. Per il resto sono un bravo lavoratore. Sono tutti contenti di me anche se io sono stanco. Ma quando sono sprofondato nei miei pensieri, non posso dare garanzie.

La sera esco spesso o resto a casa e vado subito a dormire o al massimo sfoglio una rivista. Mi chiedo spesso che senso abbia tutto questo. Si lavora e si vedono sempre le stesse persone, si ascoltano sempre le stesse storie, si gioca a carte, si beve, si fuma, e molte delle cose che si fanno le si fa solo per occupare il tempo. C’è qualcosa che manca in tutto questo. Sposarsi e avere dei figli può essere la soluzione? Non lo so. Ma allora cosa dovrei cambiare? Se anche imparassi un lavoro - ad esempio quello di muratore - le cose non andrebbero poi troppo diversamente. O cos’altro potrei fare?

Godula Kosack, 17 settembre 1973

Presentazione di Domenico Lanciano
Caro Gil,
martedì 16 novembre 2010 hai pubblicato il primo racconto di Godula Kosack “Ancora un commiato” tradotto dal tedesco da Olivia Pastorelli, la quale, giorni fa, mi ha inviato la traduzione di un altro racconto “Vita d’emigrante” strettamente legato al primo, di cui è quasi una prosecuzione. Infatti, “Ancora un commiato” presenta una famiglia badolatese divisa dall’emigrazione (in Svizzera) e narra, in particolare, della madre di questa famiglia che fa “dolorosamente” la spola tra il paese e la terra d’emigrazione per stare comunque vicina ai propri cari. In “Vita d’emigrante” è uno dei giovani figli maschi che si racconta.

La professoressa Pastorelli, al momento, è impegnata nella traduzione di altri due racconti della stessa autrice. Appena ne verrò in possesso, te li girerò a beneficio dei tuoi lettori. Spero, poi, di poter raccogliere, pure come permanente documentazione storico-letteraria,  questi scritti (con testo originale in lingua tedesca a fronte) in un libro (titolo provvisorio “RACCONTI BADOLATESI”), per pubblicare il quale sto cercando sponsors, almeno per le spese di stampa, in cambio di pubblicità.

Ti ricordo che  Godula Kosack, antropologa-sociologa e docente universitaria,  ha soggiornato in Badolato per l’intera estate 1973 assieme alla propria famiglia, ad altri universitari tedeschi di Germania, docenti e studenti, per studiare il fenomeno della nostra emigrazione. Probabilmente, nelle prossime settimane sarà a Badolato e dintorni, dopo così  tanti anni, ma in forma privata: le ho chiesto un quinto racconto con le impressioni e le emozioni di tale “ritorno”. Spero di poterlo avere, sia per parteciparlo a te e a chi ti segue, ma anche per inserirlo nella suddetta pubblicazione a stampa che si aggiunge alle sempre interessanti testimonianze che tanti autori tedeschi hanno prodotto nel corso dei secoli nei loro contatti con la Calabria.

Ringrazio anche da qui sia l’Autrice che la Traduttrice le quali ci permettono di godere di questi ancora palpitanti documenti di vita badolatese. Ritengo che possiamo sentirci assai onorati per questa attenzione, delicata e solidale insieme, verso il popolo di Badolato. E ringrazio anche te per la preziosa opportunità di partecipare a più persone una tale memoria storica e sociale che ci appartiene, come singoli e come comunità.

    Gil Botulino è il gazzettino badolatese di libera informazione, che vanta zero tentativi di imitazione. Foto, Video, Musica, Libri, Appuntamenti, Promozione, Newsletter. Tutto gratis. Puoi supportarlo, offrendo una birra al prezzo di 5 Euro. Puoi offrire quante birre ti pare sul nostro conto PayPal.

    Clicca sul bottone

Comments RSS

Lascia un Commento

Devi fare il login per lasciare un commento.