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Badolato capitale della riconoscenza e della solidarietà

corrispondenze Domenica 15 Maggio 2011 @ 18:13 Condividi su facebook

Tre proposte per ricordare le vittime sociali ed abbracciare i loro familiari

di Domenico Lanciano

Il popolo di Badolato è sempre stato particolarmente sensibile alle sofferenze altrui, anche perché ha molto sofferto lui stesso nel corso dei secoli, temprandone l’animo. Non poteva che nascere a Badolato, ad esempio, una persona come Franco Nisticò che, in continuità con le sensibilità popolari locali, ha prodotto, tra tanto altro,  la lotta per la sicurezza della statale jonica 106. Adesso, l’Università delle Generazioni intende proporre al Coordinamento regionale ionico “Franco Nisticò” per la strada statale 106 e a tutte le istituzioni ed autorità territoriali di contribuire a realizzare proprio in Badolato “Il Parco 106” come luogo di culto e di memoria per le vittime della strada nazionale 106, piantando un albero cui dare il nome ed il volto di ognuna di queste vittime.

Di solito, gli incidenti stradali coinvolgono persone che stanno lavorando oppure si recano al posto di lavoro o ne ritornano: quindi, bisognerebbe considerale “vittime del lavoro” a pieno titolo. E a proposito delle vittime del lavoro, l’Università delle Generazioni sta portando avanti il “Progetto delle intitolazioni generali” per ricordare e rendere onore a coloro che muoiono lavorando, contribuendo così a dare conforto ai loro familiari. Nell’àmbito di tale progetto, lunedì 2 maggio scorso, il secondo ponte più alto d’Europa, quello sul fiume Sente tra Abruzzo e Molise, è stato intitolato a Francesco Paolo Longo, un operaio che aveva perso la vita il 4 maggio 1974 proprio nella costruzione di questa imponente opera. Ci sono in Italia, in Europa e nel mondo milioni di ponti, di gallerie, di altre opere pubbliche o semplici aule scolastiche che potrebbero avere il nome di coloro che hanno sacrificato la propria vita per opere sociali o lavori privati.

Altre vittime da ricordare almeno con un apposito elenco da apporre a fianco dei caduti in guerra sono le persone che sono morte nei bombardamenti e a causa dei residuati bellici. Nella sola Italia sono centinaia di migliaia quelle che non hanno trovato ancora memoria sociale. E numerosissimi sono i comuni che hanno di queste vittime: Badolato, ad esempio, ne conta parecchie, specialmente bambini, come ha documentato recentemente il prof. Vincenzo Squillacioti con il trimestrale “La Radice”. E Badolato potrebbe essere il primo comune ad imprimere nel marmo i nomi di queste vittime civili di guerra, che è giusto onorare come “vittime sociali” pure come monito contro qualsiasi tipo di guerra in ogni parte del mondo.

Badolato è paese che, in varie occasioni, ha saputo dimostrare solidarietà con altri sofferenti ed è ancora palpitante la vicenda dell’accoglienza ai profughi curdi della nave Ararat del 1997, restando da esempio per altre esperienze del genere in corso adesso a Riace, Caulonia e in altre comunità calabresi e italiane. Ma pure Badolato ha avuto, a suo tempo (specialmente dopo le alluvioni del 1951-53), solidarietà da parte di altri paesi che hanno accolto i nostri sfollati. Ebbene, bisognerebbe ricordare solennemente queste comunità che sono state vicine ai badolatesi nel momento della sofferenza e del bisogno, intitolando qualcosa di pubblico e di visibile, per non dimenticare mai. La riconoscenza e la solidarietà sono esercizi sociali assai utili e virtù doverose di vera civiltà.

Queste ed altre proposte potrebbero far diventare Badolato “capitale della riconoscenza e della solidarietà” nel ricordo di quanti hanno sacrificato la vita per  “cause sociali” come la guerra, il lavoro, gli incidenti stradali o altri eventi che sono diretta conseguenza della omessa sicurezza nelle sedi dove si svolge la vita delle persone. Oggi si parla tanto di sicurezza nei luoghi di vita e di lavoro; ebbene,  Badolato potrebbe avere, con la collaborazione dell’INAIL e di altri istituti e associazioni attinenti, un ruolo operativo e simbolico di monito sociale e di affetto per i familiari delle vittime, divenendo esemplare sede di memoria e di conforto, valorizzando così l’irripetibilità della vita e la sua difesa ad oltranza.

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