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Se si perde la memoria storica

Pietro Cossari Venerdì 26 Novembre 2010 @ 15:06 Condividi su facebook

Commemorazione dopo sepoltura di mastro Leopoldo Repice, comunista e consigliere comunale, per aiutare i badolatesi a non dimenticare. Assenti non giustificati al funerale la bandiera rossa e il gonfalone del Comune.

Lepoldo Repice di Pietro Cossari

L’uomo, secondo il parere di molti autorevoli scienziati, tende a dimenticare per sua natura, il passato. In virtù di tale attitudine che lo rende ignorante degli avvenimenti precedenti, ripete inevitabilmente gli stessi errori. Di conseguenza, trovandosi così continuamente davanti ai medesimi problemi irrisolti, deve sempre ricominciare daccapo.    
    La capacità di conservare e rievocare mentalmente le esperienze passate, riconoscendole e collocandole nello spazio e nel tempo è definita memoria. Essa può essere personale, collettiva o storica. La prima appartiene ad ogni singolo individuo. La seconda è l’insieme dei valori comuni di un determinato gruppo etnico, sociale e culturale che contribuisce a specificarne l’identità. La memoria storica è invece quel complesso di valori e di insegnamenti del passato che un individuo, una comunità o un popolo, conserva e tramanda alle successive generazioni. In parole povere, la memoria storica è il ricordo di un passato fatto di miti, affetti, emozioni, passioni politiche e sociali trasmesso ai contemporanei mediante testimonianze di familiari e amici o dagli storici che con le loro opere, comunicano i risultati delle ricerche specialistiche effettuate. Qualora le testimonianze mancassero, non sarebbe possibile ricostruire il passato e quindi, irrimediabilmente l’oblio avvolgerebbe la vita presente rendendola orfana degli avvenimenti trascorsi e ai quali, in misura maggiore o minore, hanno partecipato uomini e donne d’ogni età e ceto. Pertanto, non è superfluo asserire senza tanta retorica, che privo di un’adeguata conoscenza del proprio passato, un popolo non ha futuro, anche se nella nostra attuale epoca globalizzata si propende sempre più a dimenticarlo e ad uniformare le coscienze. Coloro che si oppongono a tale operazione, sono sovente tacciati dai “benpensanti” di essere solamente dei nostalgici tromboni e di ostacolare il progresso. Si tratta di un comportamento assurdo perché non si può dimenticare la propria storia. Non è giustificabile. Se esistiamo lo dobbiamo a chi ci ha preceduto e quindi, è giusto onorare chi non c’è più ricordandolo con un atto simbolico, con un fiore, una menzione o un aneddoto poiché è attraverso il ricordo che si continua a vivere. I nostri padri questo l’avevano capito ed avevano sempre reso omaggio alle persone estinte in vari modi: pronunciando un’orazione funebre rievocativa, affidando l’espressione del cordoglio a manifesti pubblici o partecipando alle esequie con una bandiera listata a lutto. Maniere forse pompose di manifestare la vicinanza ai familiari del defunto, ma al contempo, rispettose di un passato da cui trarre insegnamento e necessarie per strapparlo alla dimenticanza.

Per la scomparsa di Leopoldo Repice nessun manifesto di partito o dell’amministrazione comunale è stato affisso a Badolato e ai suoi funerali svoltisi domenica scorsa, non è stato pronunciato alcun discorso (la mancanza di Franco Nisticò si avverte sempre più) e nemmeno si è notata una bandiera rossa o un vessillo istituzionale a mezz’asta.
    Come mai? Gli attuali amministratori municipali non sapevano che Leopoldo Repice era stato consigliere comunale? E tra i militanti comunisti di vecchia data, nessuno ha pensato di portare con sé uno straccio rosso per dare l’estremo saluto al compagno Leopoldo Repice?
    Ad onor del vero, non è la prima volta che succedono episodi del genere infatti, a tanti altri compagni per negligenza, ignoranza e superficialità dei dirigenti di turno, sono stati negati gli onori politici ed istituzionali che loro spettavano, ad ulteriore dimostrazione ancora una volta, della necessità di coltivare adeguatamente la pianta della memoria storica per poi raccogliere da essa gli agognati frutti altrimenti, si assisterà impotenti al suo inaridimento con conseguenze drammatiche per l’avvenire.
    Credo perciò, anche per rimediare alla manchevolezza di domenica scorsa, sia opportuno ricordare soprattutto alle nuove generazioni, la figura del compagno Leopoldo Repice nato a Badolato il 12 luglio 1932 e scomparso sabato 20 novembre 2010. Un uomo semplice, onesto, laborioso e attaccatissimo alla famiglia, Leopoldo. Dal papà Giovanni che fu dirigente comunista, amministratore comunale e socio fondatore insieme ai fratelli Domenico e Antonio Corea, della famosa cooperativa di lavoro e consumo “Stella Rossa”, apprese le prime nozioni marxiste che sviluppò frequentando giovanissimo la sezione e partecipando con entusiasmo alle manifestazioni e alle varie iniziative popolari badolatesi (campagne elettorali, feste del Primo Maggio, scioperi a rovescio, ecc.). Contemporaneamente, imparò il mestiere di falegname e poi si recò a Napoli per  perfezionarlo nel rinomato laboratorio di mobili e arti decorative “Francesco Battista”, in via Nuova Capodimonte specializzandosi in ebanisteria. In seguito, emigrò in Sud America alla volta del Cile ove sostò solo poche ore perché chiamato da alcuni familiari, si diresse in Argentina. Lì conobbe e sposò la moglie Nicoletta Marsico dalle quale ebbe i tre figli Maria Fabiana, Leonardo e Leandro. Dotato di particolare verve creativa, Leopoldo mise su prima una fabbrica di radioline a mobile a forma di pianoforte e poi, una fabbrica di sedie e di vari suppellettili d’arredamento prosperando negli affari. Rientrato in Italia poco prima del colpo di stato militare, mastro Leopoldo aprì con successo a Badolato Marina, l’albergo “Bell’orizzonte” e tornò ad impegnarsi nella politica attiva candidandosi alla carica di consigliere comunale alle amministrative del 1975 caratterizzate dalla discesa in campo di forze giovanili e dalla terza lista “Le tre torri” guidata dal sociologo Domenico Lanciano e sostenuta da mastro Totò Verdiglione (il figlio Gianni tenne in Piazza Municipio, un memorabile comizio interamente in dialetto badolatese) contro le due tradizionali del Partito Comunista Italiano capitanata da Antonio Larocca e della Democrazia Cristiana di Vincenzo Gallelli “u Cullocatòri”. Il responso che uscì dalle urne del 15 giugno 1975 fu straordinario per i comunisti: la lista P.C.I. ottenne 1047 voti, la D.C. 706 e la terza lista di Lanciano – Verdiglione 170. La gioia esplose incontenibile fra i militanti e simpatizzanti comunisti al punto che il compagno Pasquale Bressi “ ’e Stillu” sulla strada tra l’allora sezione del P.C.I. sita in Corso Umberto e l’attuale edificio postale, appese una enorme chiave lunga più di un metro con sotto la scritta: “Collocatore, eccoti la chiave del Comune!” I festeggiamenti si conclusero con una sfilata per le vie cittadine e un comizio di ringraziamento agli elettori che con quello strepitoso risultato avevano riconfermato la fiducia al P.C.I. che dal 1946 governava Badolato. Dopo l’esperienza amministrativa Leopoldo si dedicò completamente all’attività d’albergatore senza però mai lasciare quella di militante comunista che svolse con passione sino a quando, colpito dalla malattia fu costretto a seguire in modo passivo lo svolgersi degli eventi che commentava adirandosi per la scarsa coesione e credibilità della Sinistra. Le morti improvvise di mastro Ciccio Caporale ”’e Scivola” e di Franco Nisticò gli cagionarono immenso dolore e lo resero molto pessimista sulla possibilità di un’effettiva ripresa economica e politica di Badolato. Diverse volte fu preda della depressione ma riuscì a risollevarsi e quando lo andavo a trovare battendosi una mano sul petto e bestemmiando ripeteva continuamente: <<Noi vecchi compagni abbiamo fatto tanto. Voi con la vostra pigrizia avete distrutto tutto!>> Ecco chi era mastro Leopoldo Repice, un comunista commemorato dopo sepoltura per aiutare gli altri a non dimenticare.

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Un commento a “Se si perde la memoria storica”

  1. rossodiserail 26 Nov 2010 alle 18:04

    grazie pietro… apprezziamo… e continua a non farci dimenticare ca ‘ndavimu bisognu

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