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Gil Botulino
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Ancora un commiato

corrispondenze Martedì 16 Novembre 2010 @ 18:52 Condividi su facebook

Racconto di Godula Kosack. Traduzione di Olivia Pastorelli. Presentazione di Domenico Lanciano

Le valigie sono pronte. Stanno in anticamera. Ancora una volta accarezza i letti, stirando con le dita le pieghe del copriletto. Da questo momento i suoi figli dovranno farseli da soli. Sul fornello c’è una pentola. Ha già cucinato il pranzo del giorno dopo. Tutto è pronto. Ma le rimane ancora qualche minuto. Si siede  su una sedia, per la prima volta nel corso della giornata, e ripone in grembo le mani. Le note di una canzone risuonano da un mangianastri messo in funzione dal figlio minore. Un cantante italiano canta la mamma. Allora avviene il crollo. Le lacrime le sgorgano e un forte gemito spezzato prorompe dalle sue labbra.
Oggi deve tornare in Italia. A casa, nell’estremo Sud, la aspettano le due figlie. Sono affidate alle cure di una vicina. Ma hanno bisogno della vigile protezione della mamma. A 12 e 18 anni sono in un’età pericolosa.
Tuttavia non riesce a essere felice al pensiero di rivederle. Perché qui in Svizzera vivono i suoi due figli. Anche suo marito, a dire il vero, ma nel suo caso il commiato non le pesa. E’ un po’ folle e beve anche molto. E quando è ubriaco, non ha più rispetto per nulla. Allora cerca solo di metterlo a letto al più presto, prima che possa fare qualcosa di cui si debba pentire il giorno dopo. In queste occasioni la picchia, ma questo talvolta è il minore dei mali.
Ma i due figli. Ha tirato su due ragazzi forti, cresciuti bene. Uno è un po’ viziato. Critica tutto e tutti. A 22 anni potrebbe farsi presto una fidanzata. Sarebbe un sollievo per la madre se si sposasse. Allora avrebbe meno da fare. Forse verrebbe presto anche un nipotino. Il figlio di suo figlio… Ma in linea di massima è un bravo ragazzo. Anche se potrebbe dare in casa qualcosa di più della sua paga invece di bersi tutto nelle osterie.
Quanto teme l’inverno quando i tre uomini saranno di nuovo disoccupati. Perché come lavoratori stagionali possono lavorare in Svizzera solo dai 9 ai 10 mesi. Se fino a quel momento non avranno messo da parte abbastanza risparmi, dovrà di nuovo farsi segnare a credito le spese. Non sa quanto si potrà andare avanti in questo modo. Può già essere contenta che tutti e tre abbiano un lavoro in questo momento. E che siano forti e in salute. In qualche modo se la caveranno, lei e il resto della famiglia.
Per il figlio minore ha una vera predilezione. Adesso ha 19 anni e ha già molti anni di lavoro sulle spalle. Sì, non è certo uno sfaticato. Ed è anche generoso. O almeno più generoso del fratello maggiore e del padre. Che ami sua madre, lei l’ha notato. Di tanto in tanto le porta dei piccoli regali. E quando è in Italia le telefona regolarmente.
Da lui lei si deve accomiatare ora. Lo esige il suo dovere di madre. Accomiatarsi da entrambi i figli. Maledetta emigrazione. Maledetto sia il suolo che non riesce a sfamare i suoi figli. Qui i figli – là le figlie. La madre lacerata. Mangeranno abbastanza i suoi figli quando non ci sarà lei a cucinare per loro? Si laveranno i panni, sapranno stirare e rammendare? Certo, l’hanno già fatto. Ma non è un lavoro da uomini. L’emigrazione trasforma gli uomini. Se la cavano da sé e non hanno quasi più bisogno di donne. Taluni nella terra straniera si prendono una nuova donna. E’ la cosa peggiore che possa capitare. Anche suo marito ha già avuto un’altra. Forse anche più di una. Ma finora è sempre tornato da lei.
A casa l’attendono le figlie. Avranno badato per bene ai maiali? Sarà tutto in ordine in casa? Se accade qualcosa mentre i genitori sono via, si risà subito in tutto il paese. Allora quelle povere ragazze non avranno più alcuna possibilità di sposarsi. Che ne sarà allora della  loro vita?
Qui i figli – là le figlie. “ Mamma” , canta la voce proveniente dal registratore, “ tu sei la più bella sulla terra”. Sì, essere mamma se l’era immaginato come qualcosa di celestiale. Ma quando poi ha avuto cinque figli, le cose hanno preso tutto un altro aspetto. Poiché il marito trovava lavoro solo occasionalmente, dovette andare a lavorare anche quando era incinta e avrebbe dovuto stare a casa in maternità. Aveva avuto la fortuna di potersi guadagnare qualcosa nella costruzione stradale. Era un lavoro duro: trascinare ceste piene di pietre. Ha perso il latte e i due più piccoli ha dovuto allattarli con latte di capra. Allora si sono ammalati. Leucemia. Il maschietto è morto a 10 anni. Anche la sua tomba l’attende.
Non dimenticherà mai quel giorno. La mattina si era alzata molto presto per cuocere il pane. Lui l’aveva seguita sopra in cucina perché amava osservarla mentre lavorava. Poi all’improvviso si è sentito venir meno. Lei l’ha portato a letto e ha mandato la figlia a cercare il medico. Il quale però non è venuto subito. E anche quando è venuto ha dato al bambino la medicina sbagliata. Così il ragazzino è morto. Nella sua rabbia non sapeva che pesci pigliare. Maledisse il medico. Tre anni più tardi questi morì di una malattia sconosciuta. Suo figlio era vendicato.
La sua figlia più piccola deve trascorrere in ospedale tutti i mesi da una a due settimane. Anche lei probabilmente non ha ormai molto più da vivere. Anche per lei deve tornare  a casa. Un figlio malato ha particolarmente bisogno della mamma.
Ma andarsene via di qua adesso, quando anche i suoi figli hanno bisogno di lei. Non sa nemmeno quando li rivedrà. Forse tra qualche mese, forse solo tra un anno? Era venuta per vedere se era tutto a posto. Domani saranno di nuovo soli.
La canzone è finita. Là fuori un tassista segnala con il clacson di essere arrivato. Il figlio minore afferra le sue due valigie. Lei si getta sulle spalle il cappotto e cerca la borsetta. La canzone le risuona ancora nelle orecchie. “Mamma”, la voce del cantante sembrava liquefatta dalla commozione. A lei sembrava di riconoscere in quella voce la voce del figlio. Allora le si spezzò il cuore, e fu di nuovo scossa dai singhiozzi. No, non poteva partire. Suo figlio l’aveva chiamata.
Questi nel frattempo aveva caricato le valigie nel taxi e andava incontro alla madre. Quando la trovò nella tromba delle scale del tutto sciolta in lacrime l’abbracciò, le cinse le spalle e cercò di incoraggiarla con la sua calda disarmata risata. Ma lei aveva già preso la sua decisione. Sarebbe rimasta! Almeno fino a domani. Il figlio tornò verso il taxi, scaricò le due valigie e le posò all’ingresso. Poi salì lui stesso sul taxi e si fece accompagnare in stazione. Nel bar della stazione avrebbe di sicuro incontrato degli amici.
La madre riportò le valigie su per le scale. Si tolse il vestito da viaggio e riprese ad affaccendarsi per la casa. Forse non sarebbe partita nemmeno domani, forse settimana prossima. Settimana prossima di sicuro. Perché le sue figlie avevano bisogno di lei.
Ricorda il momento in cui si era accomiatata da loro. Erano alla stazione, in piedi, si tenevano a braccetto e con le lacrime agli occhi agitavano il braccio in segno di saluto. Quando il treno aveva lasciato la stazione, loro si erano allontanate lentamente, a capo chino. Che stretta al cuore aveva sentito allora. Di sicuro settimana prossima sarebbe stata di nuovo a casa. Ma prima del ricongiungimento ci sarebbe stato ancora un commiato.

Presentazione di Domenico Lanciano.
Nei mesi di luglio e di agosto 1973, Godula Kosack (nota sociologa ed antropologa tedesca dalla ricca e interessante bibliografia) ha soggiornato in Badolato per studiare l’emigrazione di quegli anni dalle nostre parti, assieme al marito, l’inglese Stephen Castles, e a decine di altri docenti e studenti universitari provenienti dalla Germania. Pure per la loro attiva presenza, quella fu un’estate memorabile non soltanto per Badolato. La Kosack conobbe numerosissime persone, tra cui la famiglia badolatese, argomento del racconto. Agli inizi del 2010 Godula ed io abbiamo ripreso i contatti. E la prima sua richiesta è stata proprio quella di rintracciare tale famiglia, cosa che ho potuto fare durante la settimana di Pasqua, quando sono sceso da Agnone del Molise dove vivo “esule”. La madre, protagonista della narrazione, da parecchi anni abita da sola, ormai anziana e con molti acciacchi, in un paese vicino Badolato: della sua numerosa famiglia rimangono soltanto lei ed una figlia la quale vive distante 50 km; tutti gli altri sono morti giovani o in modo troppo prematuro. Questo scritto porta la data del marzo 1977 e la traduzione (appena conclusa per mio interessamento) è della professoressa Olivia Pastorelli, che ringrazio anche qui, così come ringrazio l’amica professoressa Godula Kosack per avermi permesso di dare alle stampe questo suo racconto badolatese, qui in esclusiva per “Punto & @ Capo” per la gentilezza del suo direttore Pietro Melìa.

Nota di Gil. Il sito di Godula Kosack

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