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Gil Botulino
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Concerto a Berlino di Francesca Viscone

Gil Martedì 8 Settembre 2009 @ 14:35 Condividi su facebook

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Un racconto, questa volta, in cui Badolato non è menzionato ma c’è e si vede.
Bonus track: alcune pagine, scelte dall’autrice, per i lettori di gilbotulino e per tutti i Badolatesi .

Copertina Concerto a Berlino VisconeA fine luglio è uscito un libro di Francesca Viscone. Nda notu ‘e tia! Fine luglio? Impegnàti come eravamo tra sagre, sfilate di miss e festival di canzoni popolari, è ovvio che non ce ne saremmo accorti. Ma tu na mail on na potivi mandara?
Un racconto questa volta, Concerto a Berlino, in cui Badolato non è mai menzionato, ma in realtà, pur sotto il nome di Castelluccio, è presente come luogo della memoria e dell’infanzia.
Il racconto si svolge in Germania, è una storia d’amore sullo sfondo del muro di Berlino, con molte puntate nel Sud, attraverso filastocche, canti popolari, fiabe.
Narra la storia contraddittoria dell’Europa attraverso i suoi poli opposti, la rivoluzione berlinese, il sud immoto e immobile, la Calabria onirica a cui però non si può tornare perché non offre futuro a nessuno.    

Francesca Viscone, Concerto a Berlino, Città del sole editore. Una storia d’amore tra Badolato e la Germania. Lo trovate in libreria o se vi è più comodo su Internet bookshop o in altri e-shop: usate il motore di ricerca.

Pagine scelte dall’autrice per i navigatori di gilbotulino e per tutti i Badolatesi

Pag. 7:
Sta accadendo qualcosa di grande. Qualcosa che ho intenzione di ignorare. Non credo che dopo si potrà continuare a vivere la stessa vita, ma la mia non cambierà di sicuro. Anche perché so già da tempo ciò che la storia sembra volerci dire solo oggi.
Avevo vent’anni quando affrontai il primo viaggio all’estero da sola e non credo che fosse un caso se la meta era Praga, capitale dell’Est europeo. Avevo i miei miti, i miti della mia generazione. Per quanto mi ostinassi a considerarla una città italiana, bella come Firenze e misteriosa come Napoli, ciò che mi attraeva maggiormente era la possibilità che la magia potesse convivere con il comunismo.
Quando mi aggiravo per le strade alla ricerca senza speranza dei luoghi dove visse Kafka, incontravo solo soldati in cupe uniformi russe. Ma a me non importava. Non mi faceva nessuna impressione. C’era sempre qualcuno che si fermava e chiedeva cosa cercassi. Cosa cercassi su quella cartina, su quel libricino, trovato per caso in un mercatino di Vienna, in cui erano segnati i nomi delle strade di Praga prima, prima della prima guerra. Non in ceco, dunque, ma in tedesco. Qualcuno che si fermava a chiedere e finiva col dire, col raccontare, io lo trovavo sempre. Così, non mi sentivo sola. I soldati russi passavano sul ponte Carlo, la statua del Cristo Crocifisso ci osservava sotto un arco luccicante di parole in ebraico e io sapevo solo che quella non era altro che la storia e, come sempre, la storia sarebbe semplicemente passata. Un giorno.
Quel giorno è arrivato. Lo guardo da lontano, quasi con distacco e saggezza. Semplicemente perché ho qualche anno in più e non mi stupisce niente. Non sono indifferente. Ma non ho più voglia di fare festa. Non credo che quando muore qualcosa ciò che viene dopo sia necessariamente migliore.
Qui sono straniera. Mi piace sapere che da qualche parte la gente è felice. Adoro la massa festante. E vedere le cupe uniformi dei Vopos girare per strada impacciate e non più minacciose, mi piace. Mi piace la gente su quel muro, le sue risate e il suo pianto, i trabi che bloccano il traffico.
Ma questa volta non sento il bisogno di correre dentro la storia. È accaduto. Accade.
Io non sono di qui e nessuno mai lo dimentica. Qualcuno oggi lo ha ribadito, per spiegare a me e a se stesso la mia scarsa euforia per il crollo del muro. Sbaglia. Io sono anche di qui. È proprio perché sento di appartenere a tanti posti che sono straniera. Sono straniera dentro perché nulla mi possiede totalmente. Sono felice per il crollo del muro. Un muro di mattoni si fa presto a buttarlo giù. Ma gli altri? Quelli che non si vedono?
Ne costruiranno di nuovi, più grandi e invisibili. Quelli non li abbatte nessuno. Voglio sapere cosa accadrà domani. Adesso che il gigante giace sepolto dal gran mucchio d’argilla con cui era stato plasmato, ho il diritto di sapere come saranno i muri di domani.
…….

Pag. 10:
Bella cu si capìhri ’ncannoltati, trema la terra quandu li sciunditi…
Avevo un’amica, un tempo, che come Julia si era innamorata di uno straniero. Letizia aveva dei ricci incredibili, talmente stretti e crespi che non lasciavano entrare nemmeno l’acqua del mare. La prendevamo in giro per questo. Hai capelli impermeabili, le dicevamo, non si bagnano. E neri, come ali di rondine.
Inquieta, non riusciva a stare mai ferma. Correva dal mare alla spiaggia e dalla spiaggia al mare. Rinnina e riturnella. Rondine che va, per poi tornare. I suoi pensieri la portavano sempre altrove, c’era sempre un altro luogo dove avrebbe voluto essere.
Anche Nicola era come lei. Scuro e mite, con due tizzoni neri al posto degli occhi. Incandescenti e instancabili, ti seguivano ovunque. Con lui ho condiviso tutto per anni. Eravamo inseparabili, belli, felici. Ho conservato in un vecchio libro la sua ultima cartolina. È la veduta di Castelluccio.
Paese presepe. Altissimo il campanile. Altissime le case arroccate e ammucchiate una sull’altra. Stradina su casina. Casina su stradina. Gironi su gironi e giravolte di bambini.
A volte facevamo a piedi la strada che portava giù al mare. Rifiutavamo l’offerta di passaggi in macchina e qualcuno ci prendeva per pazzi. Ogni tanto ci fermavamo per staccare un ficodindia. Avevamo fatto fare una specie di cono di zinco dall’orlo affilato, e lo avevamo fissato in cima ad una canna con cui raggiungevamo i frutti, poi zac e ancora zac. Tiravamo un coltello dallo zaino ed era fatta. Anche togliersi a vicenda le spine faceva parte del rito.
Il paese si andava svuotando. Come tanti, come tutti, andammo via anche noi. Era già vuoto quando abitavamo ancora lì. Persi tra sogni e nostalgie inspiegabili guardavamo il mare lontano dai balconi sopra i tetti. Ma non eravamo mai abbastanza soli. Ci accorgevamo che, come in tutti i piccoli paesi, il controllo sui nostri giochi adolescenti veniva esercitato nonostante il silenzio e il vuoto delle strade.
Non c’è mai modo di starsene un po’ in pace! Hai sempre mille occhi puntati addosso, dicevi.
Sembrava che tutti sapessero chi eri, cosa facevi, da dove venivi, dove andavi. Quando attraversavo i vicoli mi stordiva l’odore di pulito e umido. Il sole, invisibile sopra i tetti, sembrava non avere abbastanza forza per penetrare fin dentro quegli stretti budelli. C’era un vicolo strettissimo, che misurava appena quaranta centimetri. Lo attraversavamo strisciando avanti e indietro, per puro gioco e, ci dicevamo, quando non saremmo più riusciti a passare, allora voleva dire che eravamo diventati vecchi. Non usavamo il termine adulti, dicevamo proprio così: vecchi. Perché per noi tutti quelli che avevano più di vent’anni erano già vecchi.
La quiete a un certo punto divenne opprimente. Non c’erano più bambini. Non se ne incontravano più in quella piazza, una volta piena di voci e strilli e ora ammutolita per sempre. Sei diventata grande, dicevano. Ed era come se all’improvviso fosse cambiato tutto.
Ormai sei una signorina, mi sgridavano. Sembrava che volessero far intendere che ero morta. Crescere non significava essere finalmente padrona di sé. Non era la conquista della libertà, ma una rinuncia definitiva. Non avevo nemmeno il permesso di andare al mare da sola. I maschi non volevano più giocare con me. Loro si divertivano nel nuovo centro sorto giù in marina facendo arrabbiare il prete, entrando in sacrestia mentre lui dormiva. L’eco delle loro scorribande mi raggiungeva solo attraverso risate lontane. Ma a me non restava nulla. Non c’erano più le bambine che allora avrebbero dovuto avere la mia età ed essere perciò anche loro signorine. Il nuovo paese cresciuto lungo la strada costiera era dispersivo. Non sapevo dove abitassero. Non esisteva più una piazza, un cuore pulsante e vitale, ma strade tutte uguali, lunghe lunghe e chilometri di spiaggia affollata. Inutilmente affollata, perché per me non c’era più nessuno.
Avevo provato a fare amicizia con le ragazzine dei lidi. Ma quelle venivano dalla città. O almeno lo facevano credere. Ce n’era una che aveva un gran seguito di amichette e amichetti. Non l’ho mai dimenticata. Quando ci presentammo mi disse come si chiamava la nonna e aggiunse che sicuramente la conoscevo. Perché possedeva l’unica casa con giardino, l’unico giardino, il giardino più grande del paese. Tutte le volte che a distanza di anni passavo davanti a quella casa, misuravo quell’orto con gli occhi e mi stupivo che fosse il più grande del paese. Le scrissi una lettera, un giorno. Mi rispose con una specie di tema dal titolo che tempo fa. Sembrava che dove abitava lei il clima cambiasse ogni mezz’ora. La piccola turista mi dava lezioni di meteorologia: c’era un sottile disprezzo nel modo come si comportava verso i bambini del posto. Insomma. Io la marina non la potevo proprio soffrire e quelle signorine di città ancor meno. Il paese là su quella collina restava sempre più solo. Non ne sentivo la mancanza. Era finito. Come la mia infanzia.

Pag. 13:
Nicola divenne la mia ombra. Con lui era possibile fuggire, perdersi tra i quartieri alluvionati, le case abbandonate, la fiumara asciutta e le fontane fuori paese. Ero sicura che saremmo rimasti insieme per sempre e, soprattutto, che saremmo andati via insieme, verso una grande città. Anche se non ne avevamo mai vista una e nemmeno riuscivamo a immaginare che cosa significasse la parola metropoli, quello che volevamo era chiaro: sognavamo cinema, teatri, concerti, milioni di persone intorno a noi e allo stesso tempo l’anonimato. Non essere nessuno significava essere liberi da ogni sguardo, da ogni giudizio. Nic aveva gli occhi neri come quelli di mio padre. Mandavano scintille. Quando era serio sembravano minacciosi, crudeli. Invece si scioglievano sempre in una luce tenera, velata di una strana nostalgia, come di terre sconosciute. Anche mio padre era un po’ rinnina, con lo sguardo solcato dal riflesso di luoghi lontani. È stato sempre da un’altra parte, migrava, tornava. Finché un giorno se ne è volato via come un uccellino e non è tornato più. A volte le rondini non tornano.
La cosa che sopportavo di meno a Castelluccio era il silenzio che scendeva improvviso su argomenti ritenuti imbarazzanti. C’erano cose di cui non si parlava. Niente lo vietava, ma la gente ammutoliva all’improvviso. Solo quando ormai le parole erano irrimediabilmente uscite dalla tua bocca, ti accorgevi che il silenzio diventava pesante come piombo. Che cretina, ti dicevi, come hai potuto?
Una volta feci un sogno. Gli abitanti del paese erano obbligati ad osservare una strana legge. Era vietato parlare e comunicare in qualsiasi modo con gli altri. Era vietato dire la verità. La pena era severa. Un giorno, per caso, un uomo e una donna si incontrarono. Senza mai raccontarsi niente cominciarono a uscire tutte le notti di nascosto. Facevano lunghe passeggiate, tenendosi a distanza, per paura di essere scoperti. Raggiungevano una fontanella in campagna. Si sedevano sui sassi e guardavano il rivolo sottile. Si sentiva solo il gracidare delle rane. Il paese diventava sempre più strano. Le case di pietra nascondevano occhi che spiavano e controllavano tutti. Dentro le case c’erano specchi enormi. Chiudendo gli occhi davanti allo specchio si poteva immaginare di essere diversi. Poi, riaperti gli occhi, ci si vedeva non come si era realmente, ma come si desiderava essere. Si poteva trascorrere l’intera esistenza davanti a uno specchio aprendo e chiudendo gli occhi, inventandosi volti e vite che non era possibile avere. Invece gli sguardi nascosti nelle pareti esterne delle case, lungo i vicoli, erano cattivi. Ti inseguivano dappertutto e se ti giravi all’improvviso scoprivi un luccichio inquieto e maligno. Non eri mai sicura di essere sola. Sognai che ci fossero strani figuri e che avessero il potere di rubarti l’ombra. Costringendoti così a restare prigioniera per sempre di quel paese vuoto. All’improvviso nel sogno vidi me stessa mentre cercavo di andare via insieme a Nic. Riconobbi i suoi passi lenti e persino il suo sguardo di camoscio. Camminavamo ed eravamo già lontani, ma i boschi erano rischiarati dai lampioni. Non si sentivano più rumori, né il cinguettio degli uccelli, né lo stormire delle foglie. Tutto era immerso in una fissità stagnante. Non ricordo di essere riuscita a fuggire.
Tutte le volte che sogno di andare via, c’è sempre qualcuno che mi cattura ed io sono di nuovo prigioniera e non mi lasciano uscire non mi lasciano vedere nessuno non posso essere libera di fare quello che voglio.
Raccontai a Nic il mio sogno. Ce ne andremo, mi disse, nessuno potrà impedircelo. Non resteremo tra questi fantasmi.
Chiusero l’ufficio postale. Trasferirono il municipio in marina. I negozi sparivano uno dietro l’altro. E un numero sempre maggiore di imposte non veniva più spalancato al mattino. Fu la volta del pescivendolo. Poi quella del vigile e del dottore e del giornalaio. Infine toccò anche a noi.
Palazzu chi de’ perli si fabbricatu, si ’ntonacatu de’ cristallu finu. Li porti e li finestri su’ brillanti, li ciaramidi stelli mattutini…
La partenza, anziché unirci come avevamo sperato, ci separò. Nicola finì a Bologna, la città che aveva sempre sognato. Non ci perderemo, diceva, niente può sostituire la felicità delle nostre fughe. La mia famiglia si trasferì in un paese appena appena più grande, dove si poteva rimandare ancora per qualche anno la sensazione di vuoto. Letizia la rividi all’università, passammo ancora qualche anno insieme. Per molto tempo non tornai a Castelluccio. Solo di tanto in tanto, a Natale, per salutare Giuditta e i suoi fratelli. Loro rimasero. Credevo che sarebbe stato per sempre.
Da qui vado via solo quando muoio, diceva zio Andrea. E così fu.
La vecchia Catarnuzza, incartapecorita sotto il suo copricapo nero, piangeva quasi. Avevamo tutto, diceva, questo era il paradiso. Avevamo un paese che più bello non ce n’era.
I pochi rimasti mi sembravano eterni. Destinati a condividere solitudine e abbandono, nostalgia e rimpianto, nei secoli dei secoli. Amen.
Ma non me ne importava più niente. Anch’io volevo solo andarmene.
Ogni tanto giro e rigiro tra le mani questa cartolina. Ciao, Piera. Sono di nuovo qui. È estate. C’è tanta gente. Torna anche tu. Un bacio. Nicola.
Non so più quando esattamente tu l’abbia spedita. Ho nostalgia di te, sì, mi manchi. Ma mi accorgo di non sopportare la visione del paese che dalla cartolina ammicca maligno e assolato. Laggiù si viveva in una dimensione in cui il tempo era immobile. Qui mi sento più vicina alla storia, ma distante quanto basta per non farmi stritolare dalla velocità con cui scorre.
Anche qui è pieno di gente. Anzi. Ce n’è troppa. Eppure. Come su quelle spiagge affollate, anche qui non c’è nessuno.
……

Pag. 50:
Mi guarda un po’ curiosa dondolandosi sulle lunghe gambe… o meglio dondolandosi sulla gamba non ingessata, mentre l’altra resta sospesa poco poco sul pavimento di legno. Se l’è rotta in moto, dice Petra. Voleva dimostrare a se stessa di saper fare tutto ciò che fanno gli uomini. La moto era troppo pesante per lei. Poi Gudrun mi sfida con lo sguardo. No, le dico mentalmente. Non vado in moto. Ho le gambe corte. E non mi importa nulla di quello che fanno gli uomini. E neanche di quello che fanno le donne.
Ma non ci mette molto la teutonica a riconquistare la mia simpatia. Cena di compleanno a base di cibi arabi. Cucinati da lei che tempo fa è stata in vacanza nel Nord Africa.
Ma il tema della serata non è questo. Con semplicità, ci confessa di non poterne più di sentir parlare della riunificazione e dei fratelli dell’est, del crollo del muro und pipapo und blablabla. Dice proprio così.
Ho incontrato una donna che non faceva altro che lamentarsi, racconta. Tutto adesso sarebbe terribile e difficile nell’ex Ddr. Prima era tutto meglio. L’avevo già sentito da altre persone che ci sono così tanti Ossis che non fanno altro che lamentarsi. Fino a pochi mesi fa vivevo ancora a Francoforte e lì tutta questa faccenda non aveva nessun significato. Ero in bagno e ascoltavo la radio. Ho sentito il muro è crollato. Ho pensato di aver sentito male. Il rumore dell’acqua sotto la doccia… Non ci ho creduto.
Sono cresciuta nel dopoguerra. La mia generazione ha un altro tipo di rapporto con la Ddr. Per me era l’estero. In Francia ero molto più a mio agio che nella Ddr. Questa mi era estranea e per certi versi lo è ancora. Qualche anno fa andai a Lipsia. Avevo la sensazione di essere in un altro mondo. Mi era del tutto estraneo il modo in cui si comportava la gente. Lo capivano subito che ero una dell’Ovest. Avevo i marchi. Era una cosa molto difficile per me. Mi chiedevo… allora… gli regalo cinquanta marchi o cento o niente? Si aveva un ruolo difficile, come occidentali. Oggi ci sono queste parole nuove. Wessis e Ossis. Tanto per continuare a marcare le differenze, anche senza il muro. All’epoca avevamo una Golf. Sono venuti dei bambini e hanno cominciato ad accarezzarla, è una macchina occidentale, dicevano. Per me è stato tremendo, semplicemente tremendo, essere una tedesca dell’Ovest ed essere riconosciuta subito come tale. Quando chiesi da che cosa se ne accorgessero, mi risposero:
Tu vai in un negozio e dici: vorrei avere…
Perché, chiesi, voi come dite?
Noi chiediamo: avete…?
Capisci? Io partivo dal presupposto che ciò che desideravo potevo averlo. Loro chiedevano se c’era, se il commerciante aveva la merce. Perché sapevano che c’era ben poco da comprare. Capivano che venivo dall’occidente dal mio modo di parlare, dal modo come andavo a fare la spesa. Tu cammini più dritta, più sicura. Hai più autostima, mi dicevano. Se ne accorgevano subito. È stato terribile, difficile. Gli si leggeva in faccia ciò che pensavano: quella ha i marchi, viene dalla Brd.
Qualche mese fa ho fatto amicizia con alcuni di loro. Mi sono sembrati divertenti, ottimisti. Non si lamentano e vedono i vantaggi della riunificazione. Una donna lavora in ospedale, nel reparto di psichiatria. Prima non aveva molto tempo per i pazienti. Se si rompeva la lavatrice doveva semplicemente portare a casa le lenzuola e lavarle. I pazienti venivano abbandonati a se stessi. Adesso cercano di reintegrarli nella vita normale. La gente lì ha vissuto tutti questi cambiamenti sotto pressione. È stato tutto troppo veloce. Non c’è stato il tempo di far crescere questi due stati insieme. Non c’era tempo per fare un bilancio. Si aveva l’impressione che la Bundesrepublik avesse annesso la Ddr. L’unica cosa che è rimasto dall’altra parte è stata una vecchia regola: puoi svoltare a destra, anche se il semaforo è rosso. È l’unica cosa sopravvissuta al passato. Ma neanche questa regola è stata accettata qui da noi. Di là c’era un’altra legge sull’aborto, un’altra politica per l’infanzia. Non è stato conservato nulla. Era problematico per l’unità dei due stati mantenere quelle leggi. Tutte le donne lavoravano e c’erano molti asili nido, molte scuole materne. Oggi non esistono più gli asili in azienda. Anche per i giovani è cambiato tutto. Avevano quell’organizzazione statale dei giovani pionieri di cui bisognava far parte. Ma a volte era anche bello. Adesso non c’è più niente. È stato buttato giù ed è scomparso tutto dall’oggi al domani. Molti giovani se ne vanno in giro così. Senza sapere bene che fare.

Dalla quarta di copertina:
Quarta di copertina Qui sono straniera. Mi piace sapere che da qualche parte la gente è felice. Adoro la massa festante. E vedere le cupe uniformi dei Vopos girare per strada impacciate e non più minacciose, mi piace. Mi piace la gente su quel muro, le sue risate e il suo pianto, i trabi che bloccano il traffico.
Ma questa volta non sento il bisogno di correre dentro la Storia. È accaduto. Accade.
Io non sono di qui e nessuno mai lo dimentica. Qualcuno oggi lo ha ribadito, per spiegare a me e a se stesso la mia scarsa euforia per il crollo del muro. Sbaglia. Io sono anche di qui. È proprio perché sento di appartenere a tanti posti che sono straniera. Sono straniera dentro perché nulla mi possiede totalmente. Sono felice per il crollo del muro. Un muro di mattoni si fa presto a buttarlo giù. Ma gli altri? Quelli che non si vedono? Ne costruiranno di nuovi, più grandi e invisibili…»

Come binari paralleli scorrono le vite di Piera e di Christian, e mentre sembra che l’amore e i sogni possano vincere, il tempo veloce della Storia spazza via tutto ciò che incontra. A questa duplice corsa, verso la memoria del passato e l’ansia del futuro, si contrappone «il non tempo della Calabria»: un incantesimo avvolgente, un’eco insistente anche dentro le vicende dell’Europa, come scrive Luigi Bianco, con «quel suono di nenia», che «arriva dalle antiche frasi in dialetto, quel vivere non vivere e fuggire e ritornare, quell’illusione di felicità che ti porta l’infanzia delle fiabe».
Storia d’amore, di amicizia e attraversamenti, reportage narrativo ma anche fiction e romanzo, Concerto a Berlino è «una carezza poetica», ma anche un racconto duro, che nulla concede allo stereotipo del Sud bello e solare e a quello del crollo del muro come festa infinita.

Francesca Viscone ha scritto per il settimanale «Diario», «il Quotidiano della Calabria», «Die Zeit» e altre testate. Racconta storie di piccole comunità, come in Le porte del silenzio (La Mongolfiera), dedicato a Badolato. Nel saggio La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media, (ed. Rubbettino), premio speciale «Itaca 2007», ha descritto l’immaginario collettivo mafioso nelle canzoni di ’ndrangheta e nella stampa internazionale.

Di Francesca Viscone trovate su gilbotulino anche La Pasqua del 2003 e Le porte del silenzio.
Concerto a Berlino di Francesca Viscone

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